Diciamocelo: chi è cresciuto con ”Yellow”, ”The Scientist”, ”In My Place” o persino ”Fix You” avrebbe immaginato un compleanno diverso per ”Parachutes”, il primo album dei Coldplay che usciva il 10 luglio 2000, vent’anni fa.

Chris Martin e soci, col tempo, hanno cambiato rotta, lasciando il post brit pop degli esordi – un condensato di alt rock e indie inglese malinconico, con riff potenzialmente già da stadio – per diventare una pop band, fra ammiccamenti all’EDM, motivetti appiccicosi e testi leggeri, positivi, quasi jovanottiani nello spirito, prima di rinsavire (forse) col recente ”Everyday Life”. Non so se a oggi si possano considerare un bluff: sicuramente i loro esordi hanno illuso molti, quando credevamo che potessero trasformare l’estetica della musica pop proprio grazie al gusto per le melodie cristalline e le radici rock, come già gli U2, o gli stessi Radiohead; poi però (ignoro quanto volontariamente) hanno rinunciato, ma sta di fatto che, fra dischi che avrebbero potuto essere e che poi, a conti fatti, non sono stati, ed altri invece davvero sterili, non hanno lasciato un segno profondo quanto ci si aspettava agli inizi – a fronte, comunque, di un successo commerciale sempre alle stelle.

Nato dalle ceneri del brit pop ma presentatosi subito come qualcosa di molto diverso – più acustico, cristallino, malinconico – ”Parachutes”, l’esordio dei Coldplay, vent’anni dopo continua a illuderci su cosa i quattro sarebbero potuti diventare se avessero sviluppato appieno quella formula originale. Nella loro radicale semplicità, questi pezzi innescano una serie di melodie purissime, che si tratti della linearità strofa-ritornello di ”Yellow” – un giro d’accordi accogliente e poi un’impennata: non ha perso un’unghia di potenziale radiofonico, pur senza mai piegarsi ai motivetti – o del saliscendi della strappacapelli ”Trouble”, dove Martin al piano azzecca il primo grande riff della carriera.

Appunto: il piano, le acustiche (”Sparks”), gli echi indie rock delicati e di classe (”Don’t Panic”), i rintocchi di malinconia sfiziosa e assoluta (”Spies”); ”Parachutes” è un lavoro giovanile, dai toni pop-rock sempre efficaci e mai esagerati negli arrangiamenti, che solo tradisce un po’ di ingenuità nei testi – la stessa ”Trouble” sa più di spleen adolescenziale che altro, pur con un affascinante velo di tristezza, poi perso.

Avrebbero avuto il tempo di aggiustare un tiro già di per sé micidiale, e tra l’altro qui salutano con un programmatico ”We Never Change”: poi dice uno si illude…